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Quei tre cancelli a Via Nomentana, tra gatti, rose e avanspettacolo

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di Marina Bertucci

A ridosso di Villa Torlonia, tra Via Bosio e Via Tomassetti, tre cancelli delimitano un tratto di strada oggi attraversato dalla nuova pista ciclabile. Negli anni 40 e 50 quel tratto della Via Nomentana era chiamato così per via di quei tre cancelli di colore verde scuro, quasi nero.

In una casa al pian terreno, con un vialetto che portava ad un portoncino in legno e ferro battuto, con un giardino rigoglioso e aiuole fiorite le cui pareti erano ricoperte di un roseto di rose bianche (con un albero in mezzo di nespole cinesi), vi ha abitato Edda Soligo, un’attrice di cinema, radio, teatro e televisione. Dagli anni 50 in poi Edda Soligo apparì anche in alcuni sceneggiati televisivi, come si chiamavano allora.  Era nata nel 1905 ed è mancata nel 1984, ma in quella casa ci abitò fino al 1949, anno in cui la casa la comprò mio padre, Luigi Bertucci.

Quindi la casa del civico 80 di Via Nomentana accolse un altro esponente del mondo dello spettacolo: nella sua gioventù mio padre era stato il ballerino buffo nelle opere liriche al Teatro dell’Opera di Roma. Aveva ballato con le principali ballerine classiche del tempo, famose in tutto il mondo. In quella casa quindi si respirava cultura, teatro e avanspettacolo, nel suo periodo più florido degli anni 30, 40 e 50.

Io nacqui lì, in quella casa a Via Nomentana, da cui andammo via nel 1961, con mio grande dispiacere: il giardino era stato il mio grande amore, il compagno di giochi preferito. Quanti sogni, quante fantasticherie, tra il profumo delle rose che fiorivano dalla fine di aprile all’autunno. E la mia ansia di bambina quando Babbo Natale e la Befana lasciavano i loro doni tra i rami del roseto.

E quanti gatti si rifugiavano nel nostro giardino: Mascherina, una gatta dolcissima bianca e nera chiamata così perché pareva avere una mascherina nera sugli occhi. Ogni tanto partoriva nello sgabuzzino del nostro giardino e mia madre accudiva lei ed i cuccioli, che puntualmente dopo lo svezzamento Mascherina portava via. Lillipuzzi invece era un micione bianco e grigio, il ras dei tre cancelli. Non perdonava nessuno, sempre a caccia di cibo, tanto che un giorno – peggio di una tigre – entrò dalla finestra della nostra cucina e si portò via un arrosto appena sfornato.

E come non ricordare il colore dei palazzi della zona al tramonto, le persone del quartiere, i bottegai e gli artigiani. Ricordo Pietro Romoli, il lattaio di Via Nomentana, quasi ad angolo con Via Zara, sempre allegro, che portava i blocchi di ghiaccio per le ghiacciaie del palazzo (negli anni 50 ancora non c’erano i frigoriferi elettrici). E sempre vicino a Romoli c’era il carbonaio, l’ultima bottega prima del Vicolo della Fontana, con accanto la merceria, che vendeva fili e nastri.

L’odore della zona, il ricordo dei suoni, il miagolio dei gatti, il rimbombo in lontananza delle macchine e la rotta degli aerei proprio sopra casa mia. Ora tutto questo non c’è più, niente mi ricorda quello che c’era una volta. Difficile non essere malinconici tornando su quella via, in quel tratto in mezzo ai tre cancelli.