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Gli anni 50 e 60, il formaggio del pastore, il LunaPark e le Poste

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di Maria Teresa Barbieri

Era il 1955, mia madre aveva ventitré anni, era sposata da due ed era nata a Tripoli. Anche il ragazzo che aveva sposato abitava a Tripoli quando si erano conosciuti. E sarebbero rimasti a Tripoli fino all’arrivo di Gheddafi se mia nonna paterna — la quale si era trasferita a Roma da poco — non avesse insistito per farsi raggiungere dal figlio e dalla sua giovane sposa per “accompagnare la sua solitudine”. Mio padre riuscì a ottenere il trasferimento in Italia, a Bergamo, i primi due anni (ed è lì che siamo nate io e mia sorella) e a Roma successivamente. Mia sorella aveva venti giorni, io due anni quando arrivammo nella Capitale.

La casa acquistata da mia nonna per ben cinque milioni di lire era un piano terra all’inizio di via Luigi Pulci. Eravamo quasi in aperta campagna, in via Pulci esisteva solo l’edificio dove andammo ad abitare e quello di fronte. In mezzo ai campi, a poche centinaia di metri dalla stazione Tiburtina. Formaggio e carne si acquistavano dal pastore che passava un paio di volte a settimana, si giocava nella rampa che portava giù al garage, al riparo da qualsiasi pericolo se non quello di sbucciarsi un ginocchio. Solo di quel garage ho un milione di ricordi: ci facevo l’hula-hoop (anche quando, con l’epatite, ero confinata a letto ma riuscivo a scappare lo stesso); ci ho seppellito i mie due pesciolini rossi (da me uccisi accidentalmente); ci ho trovato un cucciolo di pipistrello che ho allevato nel cestino dell’asilo finché non mi sono stufata di uccidere mosche per lui. Mi sembra ancora di sentirla la voce di mia madre che ci chiama dalla finestra per farci rientrare. E risento anche la voce di mia nonna che, sempre arrabbiata con il mondo intero, strillava a tutti i ragazzini che, negli anni seguenti, andavano anche loro a giocare a pallone o a saltare la corda e fare schiamazzi lì sotto.

Non vi parlerò della Marcozzi (la mia maestra alla Fratelli Bandiera), né del cono gelato panna e cioccolato del baretto di via Berengario (costava dieci lire, poi venti), nè voglio parlare della comitiva di piazzetta Pontida, né della discoteca dove andavamo, ragazzine, il sabato pomeriggio a via Polesine (a fumare e pomiciare più che a ballare). Non voglio raccontare di Tullia e Jole, le due bariste del baretto all’angolo di via Pulci con via Lorenzo il Magnifico che erano le più pettegole comari di tutto il quartiere e alle quali nulla sfuggiva e che su tutto e tutti avevano da dire. Però in fondo qualcosa ve la devo pur raccontare: e voglio allora ricordare i due farmacisti di via Lorenzo il Magnifico, due tripolini (anche loro, come molti altri del quartiere), Sergio e Ivan, il primo grasso, timido, bruttarello e balbuziente innamorato di mia zia da sempre; il secondo bello, alto, simpatico e affascinante innamorato della cugina di mia madre. E quanti appuntamenti davanti alle Poste di Piazza Bologna! Altro che la lampada Osram della stazione Termini. Le Poste di Piazza Bologna sono una pietra miliare degli appuntamenti, specie con coloro dai quali era meglio non farsi venire a prendere sotto casa. Non vorrei ricordare, ma non posso farne a meno, le centinaia di volte che, per sentirci grandi, io e le mie amiche di avventura prendevamo il 62 alla fermata di fronte a quella che ora è l’area cani ma che prima era uno spiazzo incolto vicino al centro vaccinale. Negli anni 60, per qualche anno di seguito, d’estate allestivano delle giostrine come fosse un piccolo LunaPark. Guai se mia madre ci scopriva lì! Andavamo alla Upim, il massimo dello shopping e del consumismo anni 60. E poi c’era Napoleone, il guardiano del campo di pattinaggio di via della Marsica, il quale non si lasciava sfuggire occasione per apprezzamenti fin troppo espliciti. Quella pista di pattinaggio era il nostro doposcuola quotidiano.

La foto che vedete mi ritrae con mia mamma, scomparsa poco tempo fa proprio dopo essere stata ricoverata al Policlinico Italia per un paio di settimane. Nella foto, scattata da mio padre – che ci ha lasciato tre giorni dopo la morte di mia mamma – c’è lei e ci siamo noi due sorelle sbarcate a Roma da qualche giorno in passeggiata perlustratrice del quartiere. Un quartiere, appunto, che ha segnato la storia della nostra famiglia.