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19 luglio ’43, San Lorenzo cade sotto le bombe alleate: tre mila morti

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Una delle persone più titolate per raccontare il bombardamento a Roma del 19 luglio 1943 è Rolando Galluzzi, storico e attivista, autore di diversi libri sul quartiere di San Lorenzo teatro della mattanza, nel quale persero la vita in poche ore circa tre mila persone e undici mila furono i feriti. Galluzzi – fortemente legato al nostro territorio per averlo anche governato: dapprima consigliere circoscrizionale poi vice presidente nella giunta guidata da Orlando Corsetti dal 2000 al 2005, fino a diventare il capogruppo del PD nell’allora Terzo Municipio – ha raccolto a più riprese memorie storiche e testimonianze nei suoi numerosi volumi. Dalla fine degli anni 90, insieme a Rosella De Salvia, ha curato i libri “San Lorenzo, mi amor”,” San Lorenzo, luoghi, storia e memoria” e “Passione San Lorenzo, gli Artisti” ed ha scritto con Armando Ottaiano “Il Verano, Paradiso degli Artisti”. Quattro anni fa, inoltre, ha dato alle stampe altri due libri sul primo bombardamento di Roma durante la Seconda guerra mondiale: “19 luglio, cadono le bombe” e “Roma brucia! 19 luglio 1943”. Un argomento che Rolando Galluzzi continua ad approfondire raccogliendo costantemente documenti inediti e testimonianza e del quale si è fatto strumento e “memoria storica”.

Galluzzi, cosa avvenne il 19 luglio del 1943 allo Scalo San Lorenzo, e che tipo di racconti e testimonianze ha raccolto in questi anni?

«Il 19 luglio 1943 americani ed inglesi, lanciarono su Roma migliaia di tonnellate di bombe dall’altezza di “20 angeli”: un “angelo” equivaleva a mille piedi d’altezza (300 metri) e quei “20 angeli” nel cielo di Roma corrispondevano, dunque, alla quota di 6000 metri per il bombardamento. Gli americani esitavano nel dare il via libera dal bombardare la città del Papa temendo ripercussioni negative da parte dei cattolici statunitensi mentre gli inglesi, che avevano subìto due anni di pesanti bombardamenti da parte della Luftwaffe, ritenevano che andassero rotti gli indugi anche per favorire la caduta del regime nazifascista. Cosa che avvenne sei giorni dopo, il 25 luglio, con l’arresto di Mussolini. L’attacco aereo fu pianificato nei minimi dettagli affinché non fossero colpiti il Vaticano, le Basiliche e i monumenti; si optò per colpire le aree ferroviarie dello scalo merci».

Una pagina di Storia a poche decine di metri da noi.

«L’attacco fu condotto dall’aviazione statunitense che, partendo dalle basi tunisine, entrò a Roma dal cielo di Ostia. La città, presso l’aeroporto dell’Urbe, era difesa da 38 vecchi caccia di cui solo uno riuscì a prendere il volo. Tant’è che furono colpiti i quartieri di San Lorenzo, il Prenestino, intorno alla stazione Tiburtina, il Collatino e una parte del quartiere Appio. La prima bomba esplose al suolo alle 11,03, ne seguirono altre migliaia ininterrottamente fino alle 14 circa. San Lorenzo pagò un tributo di sangue altissimo: circa duemila morti solo nel quartiere e la metà degli edifici crollati o lesionati (in tutto i morti furono tre mila, con oltre undici mila feriti). Sul 19 luglio esistono delle importanti pubblicazioni di carattere militare, politico, documentale e due in particolare che hanno raccolto le testimonianze dei sopravvissuti quale “Venti angeli sopra Roma” di Cesare De Simone e “San Lorenzo 1880-1945” di Mario Sanfilippo. I miei volumi invece hanno documentato la città prima del bombardamento, testimonianze di lungo periodo di alcuni sanlorenzini, il quartiere sotto l’occupazione tedesca e un elenco parziale dei deceduti. Recentemente Antonella D’Angelo ha rintracciato i diari della scuola elementare “Saffi” dell’anno scolastico 1943/44 e Augusto Pompeo ha rintracciato presso l’archivio di Stato le schede redatte su oltre mille vittime con foto e dati per il loro riconoscimento. Due inediti che approfondirò insieme a loro e che speriamo di presentare per il prossimo anno».

Fu, soprattutto strage di bambini e di donne.
«Continuo a raccogliere testimonianze e non c’è romano del secolo scorso che non abbia avuto un parente o un conoscente colpito dal bombardamento. A quel 19 luglio seguirono altre 52 incursioni che procurarono oltre sette mila vittime civili. Elsa Morante con “La Storia” e Corrado Augias con “Quella mattina di luglio” si sono ispirati a quel tragico giorno, ricavandone due capolavori letterari».

Ci sono ancora i segni del bombardamento, e dove?

«I segni, a distanza di 76 anni, sono evidenti negli edifici bombardati rimasti come allora e nelle menti degli anziani che ancora si commuovono al pensiero di quel giorno. Sono undici gli edifici che ancora conservano i segni del bombardamento. Ci sono poi tracce più intime che si possono rintracciare presso la parrocchia dell’Immacolata dove le vetrate e i dipinti in alto, realizzati nel dopoguerra, raffigurano i volti dei sanlorenzini morti, i cui parenti portavano la foto del loro congiunto al pittore autore dell’opera oppure nel vano cantina della trattoria da “Pommidoro” a Piazza Sanniti dove, una targa marmorea, ricorda la bomba che portò alla morte oltre settanta persone, posta esattamente dove – con le nude mani – fu scavato un “buco” per soccorrere gli abitanti dell’edificio che si erano rifugiati in cantina. Il soldato in licenza autore dello scavo riuscì a salvare 28 persone. Un’altra traccia ancora visibile è la sirena antiaerea posta sull’edificio dell’Istituto Superiore di Sanità in via Regina Elena».

C’è un rapporto che lega oggi San Lorenzo a Piazza Bologna oppure sono rimasti due quartieri, seppur confinanti, a parte?

«Storicamente San Lorenzo è il primo quartiere operaio di Roma venuto su, fuori piano regolatore, dopo la presa di Porta Pia, mentre Piazza Bologna fu un quartiere destinato alla neo borghesia romana. San Lorenzo ha i suoi confini fisici e ben delimitati quali la ferrovia, le mura aureliane e il cimitero del Verano; Piazza Bologna è stata edificata durante il Ventennio secondo un piano regolatore di qualità con un centro residenziale borghese e le case popolari di via Lega Lombarda a sud che fanno da contraltare alle ville ottocentesche lungo la via Nomentana. Nel 900 i segni distintivi delle due realtà erano ben evidenti nei caratteri sociologici e urbanistici. Oggi lo “sfondamento” dell’Università ha determinato una omogeneizzazione sociale con l’affermarsi della popolazione che fa riferimento alla “fabbrica del sapere”. L’Università ha unito i due quartieri ormai non più sociopoliticamente divisi».

Quali sono stati gli anni difficili nei quali la Piazza Bologna “nera” fronteggiava la San Lorenzo “rossa”?

«Negli anni 70 e 80 Piazza Bologna era il quartiere “nero” per antonomasia. Anche se ciò era vero solo per la zona intorno a via Livorno mentre alle case popolari e nella zona del Dopolavoro Ferroviario c’era una forte presenza di sinistra. Sono stato un esponente del PCI in quegli anni e curai un libro bianco sulla violenza politica di quel periodo, uno stillicidio di episodi che, dalle aggressioni, degenerò agli omicidi negli Anni di Piombo. Di cose spiacevoli ne sono avvenute abbastanza e mi auguro che quei tempi non tornino mai più. Rammento, solo per citare la mia parte, di un’aggressione che un gruppo di neofascisti fece alla scuola “Reggio Calabria” durante una riunione istituzionale del distretto scolastico o quella volta che, mentre tenevo una riunione all’interno della sezione del PCI di via Catanzaro, vennero lanciate alcune bottiglie molotov all’ingresso del locale. A San Lorenzo nel 1975 venne assassinato il giovane Antonio Corrado scambiato per un esponente di Lotta Continua; nel 1978 un commando dei NAR fece irruzione all’interno di Radio Città Futura con lancio di bombe a mano e raffiche di mitra durante una trasmissione tenuta dal collettivo femminista, 6 donne rimasero ferite gravemente. Nel 1979, durante scontri tra le forze dell’ordine e l’autonomia operaia, viene ucciso l’agente di polizia Settimio Passamonti colpito da un colpo di pistola. Furono anni bui, qualcosa da ricordare ma dimenticare allo stesso tempo. Tra “rossi” e “neri” non c’era chi aveva ragione: quando si passava all’azione e alla violenza avevano torto entrambi».

Non pensa che il Verano oltre a luogo di culto sia un enorme “museo” che rappresenta una ricchezza forse da dover valorizzare meglio?

«E’ un mio cruccio. Per realizzare il libro “Il Verano, Paradiso degli Artisti” ho girato per il cimitero in lungo e in largo e posso confermare che è un vero museo a cielo aperto dove è possibile rintracciare la storia d’Italia attraverso i suoi “ospiti”. Inoltre la sua estensione di 82 ettari ne fanno la più grande area verde della città. Dal 2017, per la prima volta, i visitatori “culturali” hanno superato i “dolenti”: spesso mi è capitato di incontrare turisti provenienti da tutto il mondo curiosi nel visitare tombe e mausolei di personaggi famosi o di semplici cittadini legati in qualche modo alla storia del nostro paese. Un patrimonio che andrebbe curato e valorizzato. Purtroppo, nonostante gli sforzi del personale interno, le risorse messe a disposizione del Comune sono del tutto insufficienti. Il cimitero fu inaugurato nel 1835 e, fino all’inizio del 1980 quando fu dichiarato monumentale, era definito “la fabbrica di campo Verano” per il fatto che aveva dato lavoro ad una moltitudine di professioni: marmisti, scalpellini, vespilloni, cassamortari, fiorai, architetti e tante altre. Oggi potrebbe dare di nuovo occupazione sul fronte del restauro, del sapere, della cultura e del turismo; manca una visione e il conseguente progetto, ma non disperiamo».

Un quartiere popolare e storico come San Lorenzo non meriterebbe maggior “considerazione” da parte di chi vive a Piazza Bologna? Si può affermare che Piazza Bologna si senta geopoliticamente più vicina a Corso Trieste, alla Roma di “Albinati” del San Leone Magno piuttosto che a via dei Reti e via dei Sabelli? Come se Piazza Bologna guardasse più a Nord anziché a Sud.

«I due quartieri si sono conosciuti e sono stati costretti ad interagire fino a quando, insieme, erano Terza Circoscrizione e poi Municipio, una scelta che fece il Consiglio Comunale per bilanciare una porzione della città dove, da una parte, prevalevano i “neri” e dall’altra i “rossi”, anche se la zona di quest’ultimi era un terzo dell’altra. Così come oggi il quartiere di San Lorenzo rappresenta appena il 4% dell’elettorato del Secondo Municipio. L’evoluzione sociale ha rimesso le cose a posto e cioè ha riunito idealmente il quartiere “Nomentano-Italia” a Corso Trieste ed ha lasciato che San Lorenzo mantenesse il suo carattere di paese all’interno della città, caratteristica che lo ha caratterizzato fin dalla nascita. San Lorenzo, seppur con la sua “autonomia”, è comunque parte inscindibile del nostro Municipio, non fosse altro per la Storia che abbiamo appena raccontato».

Pier Paolo Mocci