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Addio Mattia Torre, genio della scrittura

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"Boris", la serie tv di successo scritta e diretta da Mattia Torre (con Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico)

Ve lo dico subito: non c’è assolutamente alcun legame tra Mattia Torre a Piazza Bologna. Con Valentina e Stefano Tranquilli che mi hanno dato totale fiducia e le chiavi del loro sito per la gestione editoriale, ci siamo detti che saremmo potuti uscire dai confini “rionali”, andando a toccare temi, persone e argomenti più vari. Allora ho pensato di scrivere qualcosa su Mattia Torre, grandissimo talento della narrativa e della drammaturgia italiana, prematuramente scomparso oggi all’età di 47 anni. Esattamente dopo i due giganti e geni Andrea Camilleri e Luciano De Crescenzo, in una sequenza cronologica terribile. Senza fare paragoni, sappiate che anche Mattia Torre era un gigante e un genio. Anche se aveva solo 47 anni. Sui primi due si è detto tutto, ed io non ho nulla da aggiungere. Sul terzo spero si dirà molto, e sento di dover dare il mio contributo per il semplice fatto che lo conoscevo bene. Come persona, ma soprattutto come autore, che seguivo pedissequamente, per via del mio lavoro di giornalista di settore e di appassionato “ricercatore” di talenti. Mattia Torre, ribadisco, era un gigante della sua generazione e quindi un genio. Non è facile farsi pubblicare da case editrici importanti a 30 anni, non è da tutti entrare nei cartelloni dei teatri prestigiosi, non è facile scrivere sceneggiature per film di qualità prodotti da Rai o da altre grandi produzioni. Mattia Torre ha ottenuto questo solo grazie al suo immenso talento. Quando sei solo una penna, quando devi ideare un soggetto o scrivere dei dialoghi, non c’è raccomandazione che tenga: servono quelli bravi. E lui lo era, il più bravo di tutti. E lo possiamo dire solo oggi che era il più bravo di tutti e non per circostanza, ma perché lo era davvero e gli va riconosciuto e perché dirlo prima avrebbe demotivato gli altri. Diciamo che lo sapevamo, che tutti lo sapevano, e che non era necessario dirlo o scriverlo.
Conosco Mattia Torre dall’inizio della sua carriera. Seppur con le dovute proporzioni e in campi diversi le nostre carriere sono in qualche modo cominciate insieme. Alla fine degli anni 90 io ero un giovanissimo cronista del Messaggero, forse il più giovane sulla piazza, tanto che Gigi Proietti che in quegli anni dirigeva il Teatro Brancaccio mi chiamava “il pischello del Messaggero”. Mi piaceva moltissimo essere chiamato così, mi piaceva essere preso in considerazione e “coinvolto” come testimone e reporter in un mondo che volevo raccontare e restituire al lettore: fatti, storie, forse emozioni di ciò che succedeva a Roma in quegli anni. E succedeva tanto, magari non per meriti di Rutelli, Borgna o Veltroni, ma erano quegli anni lì, era quella Roma lì, quella Roma delle Notti Bianche, dello scudetto festeggiato senza sosta e dell’estate romana che strabordava di grandi eventi (fin troppi a dire il vero).
Io avevo intrapreso il corso di Laurea in Lettere Moderne con indirizzo Discipline dello Spettacolo e seppur mi dovessi occupare di calcio dilettantistico – gavetta sacrosanta e necessaria – come potevo cercavo di piazzare qualche pezzo anche nelle pagine di Cultura e Spettacoli della Cronaca di Roma. Allora, come molti di voi sanno, non esistevano social network, internet era agli albori e il giornale lo compravano tutti. Era un’altra epoca. Parlare di uno spettacolo o di un libro faceva sì che quel titolo il giorno dopo avrebbe venduto e incassato. Eravamo noi gli influncer, noi cronisti, ignari di esserlo, o forse consapevoli ma deontologicamente invasati dal nostro lavoro.
Durante i miei primi anni al Messaggero scalpitavo per occuparmi anche degli argomenti che più mi stavano a cuore, ovvero cinema e teatro, freschissimo degli studi universitari in corso. Stefano Quondam, capocronista dell’Area Metropolitana con il quale mi occupavo di Sport, mi presentò un giorno la sua collega vicina di scrivania, Simona Antonucci, capo della Cultura e degli Spettacoli in Cronaca. Fu grazie a lei e alla sua vice Annalisa Martella che cominciai a scrivere di quel che mi piaceva: spettacoli teatrali, film, eventi, potendo realizzare infinite interviste soprattutto a registi e attori. Ma un “pischello” certo non può chiedere un’intervista a Monicelli o Patroni Griffi, almeno non subito, c’è una gerarchia, ci sono i cronisti e i redattori più anziani da rispettare e non scavalcare. Allora il mio ruolo fu quello di andarmi a cercare talenti, di fiutare novità interessanti, di capire cosa stesse succedendo mettendo insieme i pezzi di un qualcosa. La ringrazio Simona Antonucci perché ero proprio un pischello quando mi disse: “Cerca di capire cosa accade a Roma, nei teatri off, nelle cantine, nella scena underground. Non mi portare un comunicato stampa, vai per strada e dimmi chi sono i nuovi autori, i nuovi registi. Ti piace il cinema? Segui i cortometraggi: da lì nasceranno i registi di domani”. Fu uno dei più grandi insegnamenti che – come giornalista – ricevetti e di cui faccio tesoro (credo Simona di non averla ringraziata mai abbastanza). In fondo, anche a scuola e all’università ci stimolano nel fare riferimenti e collegamenti, nel mettere insieme periodi storici, collegare movimenti artistici, intercettare fermenti. Fu così, appunto, che mi imbattei nel giro di quelli del Teatro Colosseo e poi della Cometa Off. Il Teatro Colosseo non c’è più, era in via Capo d’Africa, ha lasciato il posto forse da un decennio alla palestra di Madonna (quella stessa via anni dopo mi regalò un incontro memorabile con due attori, la leggenda Carlo Verdone e il mio coetaneo Silvio Muccino che, dinanzi ad un portone di Via Capo d’Africa con vista sul Colosseo, erano intenti a girare parte del loro film “Il mio miglior nemico”).
Al Teatro Colosseo tutti i maggiori attori di oggi hanno messo in scena le loro prime cose. Un luogo in cui era richiesta la sperimentazione. Il direttore artistico, il visionario Ulisse Benedetti, se ne fregava di una rielaborazione di Checov o dell’ennesimo adattamento di Pirandello: voleva novità, voleva testi contemporanei che aspiranti attori avrebbero messo in scena conoscendosi lì, tra le quinte di quello spazio, frequentandosi e conoscendosi, scambiando idee e improvvisando. Fu lì che rimasi estasiato da gente come Massimiliano Bruno, Paola Cortellesi, Claudio Santamaria, Giacomo Ciarrapico (che negli stessi anni vinse la Sacher d’Oro da Nanni Moretti per il suo cortometraggio ambientato al LunEur), Andrea Sartoretti, Massimo De Lorenzo, Valerio Aprea, Angelo Orlando, Furio Andreotti, Giuliano Taviani e chissà se dimentico qualcuno. Tutti nomi che oggi, a 20 anni di distanza, mettono il proprio nome sui cartelloni che vedete per strada, autori o interpreti dei film o degli spettacoli più noti o più interessanti in circolazione.

Tra questi uno dei “migliori” era Mattia Torre. Uso il termine “Migliore” non a caso. Perché fu il titolo che consacrò Valerio Mastandrea. Fino ad allora Valerio era una faccia nuova, uno simpatico e tranquillo, amico di tutti, che ti invitava a casa sua dietro al Palladium, alla Garbatella, per una cannetta insieme e due chiacchiere. Valerio Mastandrea è diventato attore soprattutto grazie a Mattia Torre, e grazie a quel suo testo, “Migliore”, rappresentato continuamente e diventato un cult nei primi anni 2000. Mentre scrivo la mia connessione è incredibilmente assente e sono esattamente ritornato in quegli anni 90 dove ci si doveva collegare appositamente con fili sparsi per casa e la clessidra che si muoveva lentamente sullo schermo, chiedendo poi al telefono al ricevente – dieci minuti dopo – se la mail era arrivata. Sto scrivendo a braccio su un foglio word come fosse carta su penna. Vado a memoria e non so elencarvi i lavori di Mattia in senso cronologico e preciso, ve ne parlerò saltando di palo in frasca in base ai ricordi. E il primo ricordo chiarissimo che ho è che Mattia Torre uscì sul “nostro” Messaggero prima di tutti, lo scoprimmo io e Simona Antonucci. Io come cronista sul campo, Simona come capo capace di capire se un giovane autore, né attore, né regista, perfetto sconosciuto, meritasse uno spazio in pagina che, all’epoca, era appannaggio di pochi. Oggi uscire sui media è più facile, i mezzi di comunicazione – specie sul web – non mancano e bastano 200 follower da qualche parte o un tormentone su YouTube per far sì che qualcuno parli di te. Nell’epoca analogica non era così scontato, tutt’altro. Anche perché se una sera Umberto Eco leggeva un suo testo da Bibli, Luca Ronconi metteva in scena uno spettacolo all’Argentina, e anche i ricercati FilmStudio e Azzurro Scipioni proiettavano film incredibili alla presenza di mezzo cinema italiano, lo spazio in pagina per segnalare cose “piccole” ed emergenti proprio non c’era. Simona Antonucci scommise e capì che il ragazzo, Mattia Torre, di stoffa ne aveva. Di quel gruppo del Teatro Colosseo era lo scrittore più versatile, spassoso e corrosivo. Il suo testo “In mezzo al mare” recitato da Valerio Aprea – che segnò la fortuna di quell’attore – è un delizioso monologo brillante e sarcastico, pieno di intelligenza e ironia. Giorgio Tirabassi nei primi anni 2000 scrisse con Mattia Torre i suoi due spettacoli più noti, quelli che poi hanno dato vita nelle scorse settimane al film “Il grande salto”, sceneggiato proprio da Mattia che quei personaggi di Nello e Rufetto li aveva fatti nascere. Mattia Torre con Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico firmò la serie “Boris” negli anni del Medico in Famiglia e dei Carabinieri a tutte le ore, destabilizzando e scuotendo la fiction italiana, deridendola da dentro, consegnando alla ribalta su tutti un attore enorme come Francesco Pannofino, fino ad allora “relegato” al ruolo di doppiatore.
Mattia Torre ha avuto uno spazio rilevante nelle stagioni teatrali di palcoscenici come l’Ambra Jovinelli o l’Eliseo. I rispettivi direttori artistici, Fabrizia Pompilio e Luca Barbareschi stravedevano per lui e non c’era stagione che non mettessero in scena qualcosa di suo. Recentemente l’Ambra Jovinelli gli dedicò addirittura un trittico, cose che in vita non avvengono. Oppure avvengono ai giganti, ai geni, come lui.

Potrei anche dirvi che era il marito di una mia grande amica, Francesca, compagna di università e di sogni giovanili. Ma quello appartiene alla sfera privata, e fa parte di un dolore collettivo che non serve nemmeno che io trasferisca. La cosa che vorrei suscitare è interesse verso la sua opera: che oggi andiate a cercare i suoi scritti e leggerli o sentirli da qualche attore, vedere i suoi film o la sua serie tv. Sì, la sua. Quella “Linea Verticale”, interpretata sempre da Mastandrea, che parlava della malattia che lo ha portato via. Se leggete Mattia Torre, i cui testi volano per quanto sono ironici e pungenti, troverete tante cose belle, un senso onesto della vita, anche politicamente scorretto talvolta, con una profondità forte ma lasciata in superficie. Lasciata in superficie affinché possa volare e toccare in modo leggero e scanzonato un po’ tutti. Sono fiero di averti conosciuto Mattia, fiero di averti sostenuto quando nessuno ti conosceva e di far parte – in qualche modo – dei testimoni di quell’epoca del Teatro Colosseo (transfughi poi alla Cometa Off) pieni di sogni e di sfide, coraggiosamente vinte. Ce l’abbiamo fatta tutti, ognuno si è ritagliato le proprie soddisfazioni. Perché eravamo semplicemente bravi, ognuno a modo suo e nel suo campo. Tu, lasciatelo dire ancora una volta, eri il migliore.

Pier Paolo Mocci